'Il vizio del diavolo' di Enrico Luceri [ALlibri]

Approfondimenti OLTRE

09/02/2020, ore 12:34

Romano, classe 1960, Enrico Luceri, dopo aver vinto nel 2008 il prestigioso premio Alberto Tedeschi, organizzato dal Giallo Mondadori, ha pubblicato nella stessa storica collana L’ora più buia della notte, Le colpe dei figli, Buio come una cantina chiusa e Il mio volto è uno specchio.
Con il vizio del diavolo, l’autore ci accompagna nell’atmosfera natalizia di un paio di anni fa con l’annuncio di un’allerta meteo: è previsto un nubifragio che provocherà allagamenti e mancanza di collegamenti. In un collegio sperduto nella campagna dell’Italia settentrionale, sono rimasti un prete, due suore e una giovane orfana. Dopo il crepuscolo, un frate chiede ospitalità al collegio per un incidente d’auto. E a tarda sera, il malore di una suora costringe un medico a raggiungere la scuola con mezzi di fortuna. Da quel momento, comincia una notte di terrore. Un assassino colpisce spietato, freddo e inafferrabile. Un intruso penetrato nel collegio, o uno degli insospettabili ospiti? O è davvero il diavolo a nascondersi negli angoli bui dei corridoi e a sghignazzare divertito? La realtà sembra sempre più un’illusione, una magia, una messa in scena. Perché forse è davvero il diavolo ad aggirarsi per il collegio. E il suo vizio è ingannare.
Buona lettura con un estratto de Il vizio del diavolo.


Padre Wurth chinò impercettibilmente il capo, e abbozzò un sorrisetto soddisfatto, quando Corinna borbottò:
«Se suor Ester è stata ammazzata, e il dottore lo ha appena confermato, e non è stato un intruso, allora l’assassino è uno di noi. Oppure» lasciò la frase a metà, e li guardò uno per uno, prima di terminarla: «…è stato il diavolo, che è ovunque, come diceva padre Wurth poco fa. Quindi anche in questo collegio.»
«Sei troppo giovane per interpretare le parole di un predicatore esperto come me» sospirò il frate. «Le mie parole non devono essere prese alla lettera. La presenza del diavolo non è sempre una materializzazione del male, ma semplicemente il modo subdolo ed efficace, purtroppo, con cui possiede l’anima dei peccatori.»
Bonatelli annuì e si allontanò dal letto.
«Cioè uno di noi potrebbe essere un assassino, un criminale e peccatore indotto dal demonio a uccidere» rifletté ad alta voce.
«Qualcosa del genere» ammise il domenicano.
«È… è mostruoso! Prima l’accusa che qualcuno di noi abbia avvelenato il dolce mangiato da suor Ester, adesso che in questa stanza ci sia un assassino!» Padre Castellani era incredulo e indignato.
«Eppure è una possibilità che non possiamo scartare, finché non avremo trovato la prova che qualcuno sia penetrato nel collegio e per qualche motivo ancora inspiegabile abbia spolverato il topicida sul dolce e poi soffocato suor Ester» insistette inesorabile padre Wurth.
Cadde fra loro un silenzio imbarazzato, così assoluto che il fruscio delle lenzuola sollevate dal dottor Bonatelli sul viso della suora sembrò a Corinna un rumore insopportabile. Quando il medico spostò il gomito, urtò ciò che aveva lasciato in equilibrio precario sul comodino, così la busta di ovatta, il barattolo di alcol e le forbici caddero sul pavimento. Padre Castellani si abbassò con un gesto istintivo, li raccolse e posò di nuovo sul ripiano di legno, precedendo il dottore che non aveva fatto in tempo a chinarsi. Quando infilò due dita nelle asole delle forbici, il prete si stupì ancora una volta che una fosse più grande dell’altra.
Bonatelli si morse un labbro, prima di parlare.
«Sono stato accusato di comportarmi come un poliziotto, mentre cercavo di chiarire le circostanze dell’avvelenamento di suor Ester.» Guardò padre Castellani, che ricambiò la sua occhiata. «Però mi sembra che sia lei un ottimo investigatore, padre Wurth. I suoi ragionamenti sono razionali e lucidi. Molto opportuni, in una situazione così delicata» concluse con quella che poteva essere anche una certa ammirazione.
«Sono abituato a osservare con attenzione ciò che accade attorno a me, e formulare ipotesi sui fatti, e non obbligare i fatti ad adattarsi a ipotesi che potrebbero essere campate in aria. Nulla di più» si schermì il frate.
«Cercherò di esaminare i fatti con la sua stessa calma e chiarezza» proseguì il medico. «Ci troviamo in circostanze eccezionali e la prudenza ci spingerebbe ad allontanarci rapidamente dal collegio, ma come ho detto poco fa, le strade sono sicuramente impraticabili per la mia macchina. Quindi siamo bloccati qui.» Si accostò alla finestra, spostò la tendina, e sbirciò oltre le imposte chiuse. Diluviava, ed era calata un’oscurità che avvolgeva la campagna, da cui si alzava una sinistra foschia. «Per prima cosa dobbiamo trovare la prova per scartare la possibilità che qualcuno si sia intrufolato nel collegio. Cioè esplorarlo.»
«Giusto, solo allora potremo essere certi che l’assassino sia uno di noi» approvò padre Wurth.
«Basta!» urlò suor Carmela. «Come fate a considerare una simile possibilità? È… è orribile!»
«Dobbiamo perlustrare il collegio proprio per trovare le tracce del passaggio di qualcuno, e dimostrare che siamo tutti innocenti. Si calmi, sorella.» Padre Castellani rivolse alla suora un sorriso mesto. «Per fortuna, parte dell’edificio è chiuso durante le vacanze. Bisogna controllare solo il piano delle classi, il chiostro e il piano terra. Refettorio, stanze di insegnanti e studenti, palestra e uffici sono chiusi. A meno dell’economato e delle stanze occupate da noi stessi…»
«Inutile esplorare la chiesa, ci sono stato io stesso, prima di cena, e non c’era nessun altro. Credo piuttosto che sia opportuno dividerci in coppie. Una elementare misura di prudenza» consigliò il frate.
«Ha paura?» chiese ironicamente Corinna.
«Ho paura solo delle mie poche risorse quando affronto il male» rispose padre Wurth in tono di sfida.
«Guardi qualche serie horror di quelle che piacciono a me. Altro che Inquisizione!» La ragazza ridacchiò così a lungo che Bonatelli le scoccò un’occhiata di rimprovero, e lei tacque subito.
«Siamo in cinque, uno di noi deve andare da solo. Lo farò io, e mi occuperò delle aule» si offrì con sicurezza padre Castellani.
«Perlustrerò il piano terra. Vuoi accompagnarmi, Corinna?» domandò il domenicano.
«Non ha detto di essere già stato ospite in questo collegio? Quando era direttore…» La ragazza si voltò verso suor Carmela, in cerca di un suggerimento, ma quella rimase zitta.
«Padre Zollo» completò il frate. «Vero. Come è vero che ho un’ottima memoria, ma non abbastanza da ricordare la disposizione dei locali in un edificio visitato anni fa.»
Il medico troncò sul nascere quello che poteva diventare l’ennesimo battibecco e affermò in tono risoluto:
«Forse è meglio dividersi diversamente.»
«Andrò io con padre Wurth» si offrì suor Carmela.
«Allora restiamo Corinna e io. E il chiostro, se ricordo bene.»
«Proprio così» confermò la ragazza. E nessuno aggiunse altro.
Padre Castellani si aggirava per il lungo corridoio dove si aprivano le porte delle classi. Le spalancò tutte, accese la luce ovunque e studiò con occhi attenti ogni angolo. Ripeté la ricerca perfino negli sgabuzzini e nei bagni, ma ogni locale era deserto e non c’era nulla che lasciasse sospettare la presenza recente di qualcuno. Il prete si fermò sulla soglia dell’ultima aula. Quella frequentata da Corinna, rammentò all’improvviso. Spinse lentamente la porta accostata, che scivolò in silenzio sui cardini. Allora lui entrò nella classe e fissò la lavagna che pareva dondolare sul suo supporto, come se fosse stata appena mossa da una mano invisibile. C’era solo qualche traccia di gesso cancellato frettolosamente, che aveva l’aspetto di due ovali accostati, uno maggiore dell’altro. Il prete pensò che l’ultima ora di lezione prima delle vacanze fosse stata quella di geometria, scrollò le spalle e afferrò la maniglia per chiudere la porta ma poi quell’immagine sfumata sulla lavagna gli ricordò per associazione di idee le forbici che il medico aveva estratto dalla borsa e poi un gesto, che in quell’istante non riuscì a mettere a fuoco ma intuì essere inspiegabile. Si chiese se fosse stato contagiato dall’atmosfera lugubre di quelle ore, chiese mentalmente perdono a Dio della propria debolezza e finalmente chiuse la porta.

Suor Carmela e padre Wurth scostarono una tenda color porpora e si affacciarono nel vasto ambiente del teatro. Le poltroncine imbottite, il sipario sollevato, il palcoscenico deserto, perfino le foto di lontane rappresentazioni che erano state incorniciate e appese alle pareti rendevano quell’ambiente quasi metafisico, rifletté il frate. Senza scambiare una parola, la coppia esplorò con lo sguardo ogni angolo prima di scendere le scale, salire sul palcoscenico e frugare dappertutto. Le assi di legno scricchiolavano sotto di loro. Il frate puntò un dito verso il basso.
«Dal rumore del legno, direi che sotto il pavimento c’è una cavità.»
«È un’intercapedine, così bassa che solo un bambino potrebbe restare in piedi.»
«C’è una porta?»
«Una botola, proprio lì vicino.» Suor Carmela indicò delle assi a destra del sipario.
Il frate trovò facilmente la maniglia della botola e la sollevò senza alcuno sforzo apparente. Tolse di tasca il cellulare e lo usò come torcia elettrica per illuminare a malapena quello spazio che trovò opprimente e claustrofobico.
«Solo polvere e qualche ragnatela. Nessuna impronta» riferì infine padre Wurth. «Nessuno è sceso qui sotto da molto tempo.»

Il dottor Bonatelli e Corinna si fermarono all’ingresso del chiostro. La pioggia adesso era meno fitta e la luce pallida e livida della luna illuminava fiocamente il prato racchiuso fra i portici. La ragazza aspirò a pieni polmoni l’odore di erba bagnata,
«Lugubre, vero?» domandò lei. Non attese la risposta dell’uomo, e precisò: «Mi hanno raccontato che era il giardino interno dell’edificio, quando apparteneva ancora alla famiglia nobile che lo regalò alla Chiesa. Laggiù ci sono solo poche stanze, o meglio celle. Così le chiamano i preti in pensione che a volte sono ospitati nel collegio.»
«Anche di recente?»
«L’ultimo è morto anni fa, e da allora non è più venuto nessun altro ospite.»
Il medico cercò di intuire attraverso il velo della pioggia e del buio il profilo dei portici. Camminando lì sotto, almeno avrebbero perquisito il chiostro senza bagnarsi.
«Ci sono lampioni o plafoniere? Qualcosa che faccia luce?» domandò lui.
«Niente di niente. Padre Castellani dice che i vecchi preti amavano la penombra per raccogliersi in preghiera» spiegò la ragazza in tono ironico, che l’altro evidentemente colse, perché si voltò verso di lei come se le volesse dire qualcosa, ma poi cambiò idea, tacque e s’avviò lungo i portici.
Camminarono vicini per qualche minuto, e il dottore scuoteva vigorosamente le maniglie delle porte che incontravano, ma erano sempre chiuse. Quando girarono il secondo angolo del chiostro, Bonatelli si fermò all’improvviso e strinse un braccio della ragazza.
«Hai sentito anche tu un rumore?» bisbigliò.
«No, quale rumore?» sussurrò anche lei.
«Una specie di fruscio, sembravano i passi di qualcuno che avanzava in punta di piedi.»
Corinna trattenne il respiro.
«Forse mi sono ingannato, ma è meglio togliersi ogni dubbio. Tu continua a camminare, io mi nascondo dietro quella colonna. Se c’è davvero qualcuno dietro di noi, lo sorprenderò alle spalle. Vai, muoviti!» ordinò, sempre a bassa voce.
Lei fece alcuni passi con le orecchie tese e fu subito avvolta dalle tenebre. Di nuovo quella sensazione di smarrimento e ansia sottile, come nel giardino del collegio, poche ore prima che adesso le sembravano un’eternità. Non sentiva alcun rumore, solo lo scrosciare ritmico della pioggia sul prato e si domandò come avesse fatto il medico a percepire un fruscio. Non fece in tempo a rispondersi perché un’ombra le tagliò la strada e lei sobbalzò portandosi una mano davanti alla bocca per nascondere un grido di paura.
«Tranquilla, sono io» disse la voce del dottor Bonatelli dal buio. «Mi ero sbagliato, nel chiostro ci siamo solo noi.»
La ragazza annuì e inghiottì saliva secca e spavento. Avrebbe voluto fumare una sigaretta, ma resistette alla tentazione e insieme al medico percorse rapidamente i pochi metri che li separavano dall’ingresso.

Poco dopo, raggiunsero l’atrio del collegio, dove li aspettavano suor Carmela, padre Castellani, e padre Wurth. Ognuno riferì in maniera sbrigativa l’esito della propria ricerca.
«Così adesso abbiamo la prova che in questo edificio ci siamo solo noi e nessun altro» concluse il medico.
«O forse il diavolo» obiettò suor Carmela.
«Per ora, eviteremo di coinvolgerlo direttamente e cercheremo una spiegazione diversa» ribatté Bonatelli.
«Ora non posso più tacere.» Padre Wurth fece un respiro profondo. «Ero vincolato a un impegno di riservatezza che le circostanze attuali, del tutto straordinarie e imprevedibili, hanno reso ormai privo di valore.»
Ognuno lo fissò con aria interrogativa.
«Vi rivelerò il vero motivo della mia presenza al collegio.»

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