MANGIALIBRI: Manuale sentimentale dell'isola di Kos

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04/09/2016, ore 09:14

La prima volta in cui arriva a Kos è il luglio del 1969. Diego è un ventunenne in vacanza. Ci arriva dal Pireo, lo storico porto di Atene, a bordo di un piccolo piroscafo dal nome “Sebastiana”, in compagnia di Anna, che all’epoca è ancora soltanto la sua fidanzata, di suo fratello Sebastiano, futuro cognato, e della loro madre Despina, futura suocera, originaria proprio di Kos, piccola e bellissima isola greca. Al contrario del traghetto “Aphrodite” della MedSun lines che, in ventidue ore di navigazione da Brindisi, attraverso il canale di Corinto, li ha condotti al Pireo, il modo attraverso il quale sono capitati sul Sebastiana è stato decisamente casuale. Da Roma, la città in cui abitano, non c’è infatti la possibilità di prenotare un viaggio su linee di navigazione interne alla Grecia (e la situazione vale nel 1969 come, per certi versi, anche nel 2016). Pertanto la ricerca di una imbarcazione per raggiungere la patria della sua futura famiglia acquisita non può che avvenire una volta ad Atene. Non sapendo come muoversi – una agenzia di viaggi vale l’altra – a quel punto Diego, Anna, Sebastiano e Despina scoprono che il primo piroscafo per il Dodecaneso è proprio il “Sebastiana”, in partenza il giorno dopo, alle due e mezza del pomeriggio. L’arrivo è previsto per il mattino seguente. In pratica tra la sosta al Pireo e le oltre diciannove ore di navigazione che ancora la piccola comitiva deve affrontare per arrivare a Kos da Roma ci vogliono quattro giorni, considerando anche il viaggio in treno per Brindisi. Fino all’anno prima invece esisteva una linea diretta Brindisi-Kos, con tappa finale Rodi. Per un viaggio del genere però è necessario essere più che attrezzati, il solo passaggio ponte rischia di diventare un inferno, visto che inizia la domenica sera per concludersi il mercoledì all’alba. Ma ne vale la pena…
Quarant’anni di vita. Di amore. Il matrimonio. I figli. Poi lei se ne va. Scivola nella stanza accanto, come recitano gli immortali e arcinoti versi di Scott Holland. Ma l’amore resta. Non scivola. Non può. Rimane. Inossidabile come l’acciaio migliore. Quell’amore che si è nutrito, e dunque ancora si nutre, anche di luoghi. Perché sono posti, per loro natura legati al concetto stesso di presenza, di stabilità e permanenza. E Kos è presenza, stabilità, permanenza. Esiste, è esistita, esisterà. Uguale e sempre diversa. Sempre bellissima. L’autore lì ritrova la sua amata, che lì era nata. Che gliela ha fatta conoscere. E quindi non è solo un libro di memorie. Non è un racconto di viaggio. Non è nemmeno una guida turistica, per quanto sia sorprendentemente dettagliata, per immagini e parole, e abbia il grande pregio di essere scritta da qualcuno che non solo conosce il luogo che descrive ma ne è anche appassionato, e – suona persino pleonastico ribadirlo – non c’è cicerone migliore di chi in un posto qualsiasi non solo ci sia nato o cresciuto, ma ci abbia vissuto delle esperienze che sa raccontare, e così sembra di passeggiarci già leggendo, per le vie di Kos. Non è un saggio. Non è un romanzo. Non è un’antologia di consigli utili. È tutto questo insieme e molto altro. La scrittura, chiara, facile, limpida ed elegante di Diego Zandel è un gentile e niente affatto retorico atto d’amore, senza pretese cattedratiche, ma semplicemente con l’intento – riuscitissimo: peccato solo per l’editing un po’ imperfetto – di comunicare, condividere, trasmettere emozioni, ricordi, sensazioni, attraverso la pagina scritta, che si legge con grande piacere e che dà l’idea – e fa venir voglia – di viaggiare. Dovunque si voglia, purché sia per amore, nel senso più ampio del termine.

Gabriele Ottaviani

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