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CorriereAl.info - domenica 4 ottobre 2020


di Angelo Marenzana

Domenica letteraria per rendere omaggio al jazz. Ed è anche un’occasione per incontrare il nostro ospite, Nicola Vacca, scrittore, critico letterario, direttore della rivista blog Zona di disagio e da sempre attivo nel mondo della poesia contemporanea. Nicola Vacca è l’autore di Arrivano parole dal jazz pubblicato dalla casa editrice Oltre e presente in libreria in questi primi giorni d’ottobre. Si tratta di un progetto in versi dedicato a questo genere musicale attraverso i suoi protagonisti. È composto di quattro sezioni.

La prima, Le bocche d’oro del jazz, contiene ritratti di alcuni tra i più grandi musicisti: i cosiddetti “fiati”, da Miles Davis a Clifford Brown passando per Chet Baker e altri ancora.

La seconda, Donne che cantano il jazz, dedicata alle più belle voci femminili che hanno cantato e reso grande il jazz, da Nina Simone a Sarah Vaughan passando per Billie Holliday e altre ancora.

La terza, Le grandi mani del jazz, ritratti e suggestioni sui grandi musicisti che con le mani hanno reso grande il jazz: Duke Ellington, Count Basie, Michel Petrucciani, giusto per citarne alcuni.

La quarta, Perché amo il jazz, contiene una serie di poesie sul jazz e sui suoi effetti sulla scrittura dell’autore.

Il libro è illustrato dai disegni di Alfonso Avagliano, un artista capace di dogliere i jazzisti citati dal poeta in versione minimal ed essenziale, soffermandosi sulle loro posture leggendarie. Di Alfonso Avagliano anche la copertina.

In lettura proponiamo la prefazione di Vittorino Curci e alcuni versi di Nicola Vacca. Buona lettura e buon ascolto.

Per la loro immediatezza e per il loro linguaggio semplice e diretto (qualità che invidio a Nicola e a tutti i poeti che sono capaci di tanto), vedrei benissimo queste poesie recitate secondo gli stilemi di quel jazz and poetry che ebbe il suo momento di massimo splendore negli USA tra il ’57 e il ’59.

Uno dei musicisti più attivi in quel nuovo contesto culturale fu Mingus che nel ’57, con Melvin Stuart, registrò Scenes in the City e, con Jean Shepard, The Clown, uno dei suoi lavori più belli, pubblicato poi nel ’61. Sempre Mingus, grazie al famoso Leonard Feather, nel ’58 incontrò il grande Langston Hughes con il quale registrò Weary Blues, altra pietra miliare del jazz and poetry.

Anche Jack Kerouac, che tra l’altro aveva una bellissima voce, fu protagonista di quella new wave. Nel ’57, lo stesso anno in cui fu pubblicato On the Road, fu ospite per una settimana al Village Vanguard.

Tra le sue registrazioni più memorabili mi limito qui a ricordare soltanto Blues and Haikus con i sassofonisti tenori Al Cohn e Zoot Sims. Ecco, le poesie di Nicola mi hanno evocato le atmosfere di quegli anni  così come, noi altri boomies, li abbiamo immaginati guardando film, leggendo romanzi e ascoltando dischi che hanno profondamente segnato la nostra formazione culturale e umana.

Una chiave di lettura di questa raccolta di Nicola Vacca credo si trovi nella poesia Il jazz mentre fuori piove (nell’ultima sezione del libro, significativamente intitolata Perché amo il jazz): “Il jazz nei giorni di pioggia / lo sento addosso / e mi scava dentro come l’amarezza / di un pensiero che vuole la sua ansia. / Le gocce battono sui vetri / guardo fuori mentre dentro / insiste come un’ossessione / il ritmo di quella musica / che attraverso le improvvisazioni / non smette di battere il tempo: / tutto scorre e niente si afferra”.

Per Nicola il jazz è essenzialmente malinconia, un sentimento ineffabile, una epochè dell’anima davanti all’incommensurabile mistero del nostro essere “gettati nel mondo”, per dirla con Heidegger.

Nella malinconia di un giorno di pioggia, in uno stato di sospensione del tempo, quando “tutto scorre e niente si afferra”, il jazz dice le sue parole più chiare, racconta la sua vera storia.

Secondo Giorgio Agamben, il filosofo italiano di maggior prestigio oggi a livello internazionale, l’archè è lo scarto tra il punto di insorgenza di un fenomeno e i saperi che ce lo trasmettono.

Ne consegue che l’archeologia è la sola fonte di accesso al presente. Ebbene l’archè del jazz è da cercare in quei dolorosi viaggi senza ritorno di cui furono protagonisti nei secoli scorsi non solo grandi masse di africani ma anche tanti, tantissimi europei. La malinconia che Vacca ritrova nel jazz è segnato da quella irriducibile e straziante “origine” che trovò la sua prima forma di espressione nel blues da cui, agli inizi del ‘900, nacque il jazz.

Ma, come dicevo prima, anche l’Europa, soprattutto con la sua componente italiana, fece la sua parte. Non è un caso che il primo disco di jazz fu registrato nel 1917 dalla Original Dixieland Jass Band, una formazione di New Orleans in cui figuravano ben due italiani: il cornettista Nick La Rocca e il batterista Tony Sbarbaro.

Nicola Vacca in questo viaggio in versi nel jazz ci conduce nel mondo fascinoso della grande musica afroamericana attraverso le figure dei suoi maggiori protagonisti: da Billie Holiday, che “parlava ai cuori lacerati”, a quella “porta che si apre sul divino” che fu il “cosmico” Coltrane degli ultimi anni ; dalle “guance [antiaccademicamente] gonfie” di Gillespie al piano di Keith Jarrett che “accende una luce / nel rovescio di uno specchio”; dalle note strangolate nella tromba di Freddy Hubbard al “dilemma” di ogni istante nei sassofoni di  Wayne Shorter; dalla “poesia dal cuore nero” di Mingus a quel “cielo da raccontare sulla terra” nelle geniali composizioni di Monk.

Emil Cioran, uno scrittore che sia Nicola che io amiamo moltissimo, in Sillogismi dell’amarezza dice: “Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?” Una domanda retorica che, più delle mie parole, racchiude la vera essenza di questo libro.

 

Centrare il cuore

 

Sanguino d’amore

mentre ascolto Chet Baker

le cose sono finite

in un libro del desiderio

dove un domani si potrà leggere

di tutte le passioni che ho vissuto.

 

Sanguina l’amore

mentre le note inventano un viaggio

per tutte le anime vagabonde che si perdono

nelle difficoltà infinite di centrare il cuore.

 

 

In paradiso con Miles

 

La tua tromba

che suona le note di In a silent way

con pochi passi ci porta in paradiso.

Miles non hai mai sprecato il tuo fiato

per questo sei un genio

che sopravvive a ogni tempo.

 

Ogni volta che un tuo assolo

spacca il cielo sotto cui viviamo

la luna e le stelle si incontrano nel sole

e noi ci sentiamo possibilità infinite.

 

Portrait of Sarah  Vaughan

 

Sarah con la sua estensione

canta oltre l’umano.

Dal soprano al baritono

con una voce unica

racconta tutto di una donna

che ama cantare il jazz.

 

L’angelo del be-bop ha ali grandi

vola nei cieli della grande musica

in alto dove pochi sono arrivati.

 

Poi arrivano Lover man e Misty

e si spalancano le porte di un paradiso.



leggi l'articolo integrale su CorriereAl.info
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Arrivano parole dal jazz di Nicola Vacca
CorriereAl.info di domenica 4 ottobre 2020


di Angelo Marenzana

Domenica letteraria per rendere omaggio al jazz. Ed è anche un’occasione per incontrare il nostro ospite, Nicola Vacca, scrittore, critico letterario, direttore della rivista blog Zona di disagio e da sempre attivo nel mondo della poesia contemporanea. Nicola Vacca è l’autore di Arrivano parole dal jazz pubblicato dalla casa editrice Oltre e presente in libreria in questi primi giorni d’ottobre. Si tratta di un progetto in versi dedicato a questo genere musicale attraverso i suoi protagonisti. È composto di quattro sezioni.

La prima, Le bocche d’oro del jazz, contiene ritratti di alcuni tra i più grandi musicisti: i cosiddetti “fiati”, da Miles Davis a Clifford Brown passando per Chet Baker e altri ancora.

La seconda, Donne che cantano il jazz, dedicata alle più belle voci femminili che hanno cantato e reso grande il jazz, da Nina Simone a Sarah Vaughan passando per Billie Holliday e altre ancora.

La terza, Le grandi mani del jazz, ritratti e suggestioni sui grandi musicisti che con le mani hanno reso grande il jazz: Duke Ellington, Count Basie, Michel Petrucciani, giusto per citarne alcuni.

La quarta, Perché amo il jazz, contiene una serie di poesie sul jazz e sui suoi effetti sulla scrittura dell’autore.

Il libro è illustrato dai disegni di Alfonso Avagliano, un artista capace di dogliere i jazzisti citati dal poeta in versione minimal ed essenziale, soffermandosi sulle loro posture leggendarie. Di Alfonso Avagliano anche la copertina.

In lettura proponiamo la prefazione di Vittorino Curci e alcuni versi di Nicola Vacca. Buona lettura e buon ascolto.

Per la loro immediatezza e per il loro linguaggio semplice e diretto (qualità che invidio a Nicola e a tutti i poeti che sono capaci di tanto), vedrei benissimo queste poesie recitate secondo gli stilemi di quel jazz and poetry che ebbe il suo momento di massimo splendore negli USA tra il ’57 e il ’59.

Uno dei musicisti più attivi in quel nuovo contesto culturale fu Mingus che nel ’57, con Melvin Stuart, registrò Scenes in the City e, con Jean Shepard, The Clown, uno dei suoi lavori più belli, pubblicato poi nel ’61. Sempre Mingus, grazie al famoso Leonard Feather, nel ’58 incontrò il grande Langston Hughes con il quale registrò Weary Blues, altra pietra miliare del jazz and poetry.

Anche Jack Kerouac, che tra l’altro aveva una bellissima voce, fu protagonista di quella new wave. Nel ’57, lo stesso anno in cui fu pubblicato On the Road, fu ospite per una settimana al Village Vanguard.

Tra le sue registrazioni più memorabili mi limito qui a ricordare soltanto Blues and Haikus con i sassofonisti tenori Al Cohn e Zoot Sims. Ecco, le poesie di Nicola mi hanno evocato le atmosfere di quegli anni  così come, noi altri boomies, li abbiamo immaginati guardando film, leggendo romanzi e ascoltando dischi che hanno profondamente segnato la nostra formazione culturale e umana.

Una chiave di lettura di questa raccolta di Nicola Vacca credo si trovi nella poesia Il jazz mentre fuori piove (nell’ultima sezione del libro, significativamente intitolata Perché amo il jazz): “Il jazz nei giorni di pioggia / lo sento addosso / e mi scava dentro come l’amarezza / di un pensiero che vuole la sua ansia. / Le gocce battono sui vetri / guardo fuori mentre dentro / insiste come un’ossessione / il ritmo di quella musica / che attraverso le improvvisazioni / non smette di battere il tempo: / tutto scorre e niente si afferra”.

Per Nicola il jazz è essenzialmente malinconia, un sentimento ineffabile, una epochè dell’anima davanti all’incommensurabile mistero del nostro essere “gettati nel mondo”, per dirla con Heidegger.

Nella malinconia di un giorno di pioggia, in uno stato di sospensione del tempo, quando “tutto scorre e niente si afferra”, il jazz dice le sue parole più chiare, racconta la sua vera storia.

Secondo Giorgio Agamben, il filosofo italiano di maggior prestigio oggi a livello internazionale, l’archè è lo scarto tra il punto di insorgenza di un fenomeno e i saperi che ce lo trasmettono.

Ne consegue che l’archeologia è la sola fonte di accesso al presente. Ebbene l’archè del jazz è da cercare in quei dolorosi viaggi senza ritorno di cui furono protagonisti nei secoli scorsi non solo grandi masse di africani ma anche tanti, tantissimi europei. La malinconia che Vacca ritrova nel jazz è segnato da quella irriducibile e straziante “origine” che trovò la sua prima forma di espressione nel blues da cui, agli inizi del ‘900, nacque il jazz.

Ma, come dicevo prima, anche l’Europa, soprattutto con la sua componente italiana, fece la sua parte. Non è un caso che il primo disco di jazz fu registrato nel 1917 dalla Original Dixieland Jass Band, una formazione di New Orleans in cui figuravano ben due italiani: il cornettista Nick La Rocca e il batterista Tony Sbarbaro.

Nicola Vacca in questo viaggio in versi nel jazz ci conduce nel mondo fascinoso della grande musica afroamericana attraverso le figure dei suoi maggiori protagonisti: da Billie Holiday, che “parlava ai cuori lacerati”, a quella “porta che si apre sul divino” che fu il “cosmico” Coltrane degli ultimi anni ; dalle “guance [antiaccademicamente] gonfie” di Gillespie al piano di Keith Jarrett che “accende una luce / nel rovescio di uno specchio”; dalle note strangolate nella tromba di Freddy Hubbard al “dilemma” di ogni istante nei sassofoni di  Wayne Shorter; dalla “poesia dal cuore nero” di Mingus a quel “cielo da raccontare sulla terra” nelle geniali composizioni di Monk.

Emil Cioran, uno scrittore che sia Nicola che io amiamo moltissimo, in Sillogismi dell’amarezza dice: “Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?” Una domanda retorica che, più delle mie parole, racchiude la vera essenza di questo libro.

 

Centrare il cuore

 

Sanguino d’amore

mentre ascolto Chet Baker

le cose sono finite

in un libro del desiderio

dove un domani si potrà leggere

di tutte le passioni che ho vissuto.

 

Sanguina l’amore

mentre le note inventano un viaggio

per tutte le anime vagabonde che si perdono

nelle difficoltà infinite di centrare il cuore.

 

 

In paradiso con Miles

 

La tua tromba

che suona le note di In a silent way

con pochi passi ci porta in paradiso.

Miles non hai mai sprecato il tuo fiato

per questo sei un genio

che sopravvive a ogni tempo.

 

Ogni volta che un tuo assolo

spacca il cielo sotto cui viviamo

la luna e le stelle si incontrano nel sole

e noi ci sentiamo possibilità infinite.

 

Portrait of Sarah  Vaughan

 

Sarah con la sua estensione

canta oltre l’umano.

Dal soprano al baritono

con una voce unica

racconta tutto di una donna

che ama cantare il jazz.

 

L’angelo del be-bop ha ali grandi

vola nei cieli della grande musica

in alto dove pochi sono arrivati.

 

Poi arrivano Lover man e Misty

e si spalancano le porte di un paradiso.



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